Giornata storica davvero, il 29 marzo 2017. Theresa May, Primo Ministro inglese, termina di scrivere la lettera di 6 pagine, firma, la affida a David Davis (il Brexit secretary) che la porta a Sir Tim Barrow che si mette in viaggio per consegnarla a Donald Tusk.

Nel frattempo, alle 14.40 inglesi, sul Westminster Bridge avviene la commemorazione delle vittime dell’attentato del 22 marzo. Come atto solidarietà e per ricordare le 4 persone che hanno perso la vita per opera del terrorista Khalid Masood (nato in Inghilterra con il nome Adrian Russell Elms) si osservano 83 secondi di silenzio. Alcune persone indossano la T-shirt con la scritta: “I am a Muslim” (“Io sono un Musulmano”) per indicare l’opposizione dei molti Musulmani britannici alle violenze del terrorismo.

Ma l’attenzione dei Media torna presto sul Brexit e si comincia così a dipanare lo scenario dell’attuale posizione britannica di fronte all’Europa.

In primo luogo: perché una “Brexit bill” di 20 miliardi di euro? Molto semplice. Il Parlamento Europeo ha investito ingentissime quantità di fondi per aiutare i Paesi dell’Unione più poveri (strade, ponti e altri progetti) e 20 miliardi di euro sono la parte che la Gran Bretagna è tenuta a pagare per i progetti approvati durante la sua permanenza nella UE.

E non saranno questi gli unici conti da pagare. Si dovrà anche decidere quanto il Regno Unito dovrà versare per le pensioni dell’Europa, il cui ammontare al momento si aggira intorno ai 52 miliardi.

A causa della lentezza tra l'autorizzazione dei pagamenti e i pagamenti stessi il saldo dei debiti potrebbe protrarsi fino al 2023.

Ed ecco quindi il commento del Primo Ministro Olandese Mark Rutte: “Non voglio un divorzio con liti e ritorsioni, ma mi aspetto comunque che tutte le fatture siano pagate”.

Emerge così, finalmente, uno degli elementi principali del Brexit, che è il semplice fatto che dopo l’uscita della Gran Bretagna l’Unione Europea sarà più povera.

La situazione odierna mostra chiaramente che le Nazioni europee hanno ancora più interesse degli stessi britannici a non modificare troppo la struttura del “mercato unico” giacchè le esportazioni dall’Europa al Regno Unito ammontano a circa 80 miliardi di euro l’anno, e sono quindi di gran lunga superiori alle esportazioni dello UK nella UE.

Per dare cifre più precise, le esportazioni in Europa corrispondono solo al 17 % del totale delle esportazioni britanniche, pur tenendo in considerazione che alcune aree della Gran Bretagna hanno purtroppo come prevalente fonte di reddito il commercio con i paesi europei.

A kick in the teeth” (un calcio nei denti, una batosta) viene definita dai giornalisti inglesi la consegna della lettera di Teresa May a Donald Tusk. E ancora: “a moment never to be forgotten” (un momento che non sarà mai dimenticato).

L’uscita del Regno Unito dall’Europa è quindi una batosta molto più per l’Europa che per la Gran Bretagna, che si prepara già a stipulare nuovi accordi commerciali con vecchi e nuovi partners d’oltreoceano.

Due rappresentanti del Canada e del Giappone sono arrivati a Londra per festeggiare “il grande giorno”, ed esprimono tanto con le parole che con le espressioni del volto grande soddisfazione ed entusiasmo per il “tanto a lungo atteso” evento che segnerà la storia della nuova economia mondiale.

Lord Digby Jones sottolinea le migliori intenzioni dello UK di andare avanti con un Brexit “tranquillo e ordinato”, che secondo i termini del Trattato di Lisbona dovrebbe durare 2 anni (anche se non si esclude per il futuro che ci potrebbero essere dilazioni). “Siamo europei comunque” commenta Digby Jones, “e un rapporto amichevole con gli altri paesi dell’Europa è nell’interesse di tutti, sia della Gran Bretagna che dell’Europa”.

E l’immigrazione? “L’immigrazione continuerà” spiega Lord Jones “Ma sarà un’immigrazione selettiva, controllata dal nostro Parlamento, e non da Bruxelles… Al momento siamo costretti a prendere indistintamente tutti coloro che arrivano dall’Europa, lasciando così poco spazio per lavoratori qualificati dal resto del mondo.

Dopo il Brexit potremo rilasciare permessi per lavoratori stranieri basandoci sulle esigenze interne del nostro mercato, sulle qualificazioni e sulla professionalità…”

Gli europei rimangono comunque i nostri migliori amici e non è davvero nell’interesse di nessuno che tutto questo non possa funzionare armoniosamente”.

Dopo Lord Jones, i riflettori si spostano sul vittorioso e trionfante Nigel Farage: “Dopo 25 anni dall’inizio della mia battaglia, questo è il giorno incredibile in cui il sogno impossibile finalmente si realizza”.

Farage non si limita soltanto ad esprimere la propria gioia, ma prosegue il suo discorso aggiungendo commenti molto pesanti sull’Unione Europea: “La UE è un fallimento, un progetto fallimentare e destinato comunque a fallire. Io spero che la UE si sfasci al più presto…. Guardiamo per esempio la situazione francese: se vincesse Marine Le Pen, che è contro l’Europa, anche la Francia uscirebbe dall’Europa”

E che cosa accadrà ora nella City of London? Che cosa faranno le banche? Interessante sorpresa: pare che le banche non abbiano alcuna intenzione di lasciare Londra, né che abbiano alcun progetto di trasferimento di membri del personale sul continente.

Torniamo ora alla lettera di Theresa May: dall’atteggiamento iniziale dei primi mesi che protendeva per un “Hard Brexit” con poco o nessun interesse per una negoziazione (Il motto era e rimane comunque: No deal is better than a bad deal = Nessun accordo è meglio che un accordo sfavorevole) ha destato sorpresa un testo di sei pagine dai toni amichevoli e gentili.

Il direttore editoriale del “Guardian” però, non si lascia troppo incantare dall’improvvisa amichevolezza del Primo Ministro, ed invita a leggere tra le righe le “velate e neanche troppo velateminacce di Theresa May all’Europa, nel caso che alla Gran Bretagna fosse negato un accordo favorevole.

Le minacce riguardano la Social Security e L’Intelligence Service, cioè il servizio antiterrorismo e criminalità organizzata che è al momento il più efficiente d’Europa.

Theresa May non ha infatti mancato di puntualizzare, all’interno delle sei pagine della sua lettera, che nel caso di un mancato accordo favorevole per il Regno Unito, le informazioni dell’Intelligence Service potrebbero non essere più condivise con il resto dell’Europa.

Molto coinciso il commento di Angela Merkel:Aspettiamo prima che lo UK esca dall’Europa, e poi inizieremo i processi di negoziazione”.

All’interno dello stesso Parlamento britannico gli animi sembrano ora essersi parzialmente placati. Anche Jeremy Corbyn promette il suo appoggio a Theresa May “purchè i diritti di tutte le categorie di cittadini, lavoratori e classi sociali vengano tutelati durante le negoziazioni”.

Un altro parlamentare laburista si esprime con termini molto più combattivi: “Il Governo dovrà procedere con il Brexit coinvolgendo il Parlamento nelle negoziazioni… Qualora il governo continuasse ad avanzare con direttive opposte alle decisioni del Parlamento, il Parlamento avrà il diritto legale di querelare il governo e di questionarne la legittimità.”

Ma qual è, alla fine, il messaggio centrale di Mrs. May a Donald Tusk e all’Europa? E’ molto semplice: “We need you and you need us..let’s do this Brexit together smoothly and orderly” (Noi abbamo bisogno di voi e voi avete bisogno di noi..Prepariamo insieme un Brexit ben fatto e tranquillo). (1^ puntata)

da Londra

Cristina Guglielmoni

LangheRoeroMonferrato.net